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Sono in ufficio. Io e i due ventilatori continuiamo a girare la testa, da destra a sinistra, da sinistra a destra. Loro nell’impossibile impresa di far diventare fresca una stanza che sembra lo sgabuzzino di Belzebù, io la agito pensando che domenica a quest’ora ero in spiaggia a Levanto insieme a Sara.
Le cose che mi hanno colpito della Liguria, in particolare di Levanto e delle 5 terre:
1 la bellezza dei luoghi;
2 il rigoglio della natura;
3 la sporcizia del mare, in certi momenti sembrava di essere sul lago di como, ma senza george clooney;
4 il costo di un giornaliero in battello. Un giornaliero per i liguri vuol dire fare solo due corse;
5 una spiaggia per nudisti che per raggiungerla bisogna attraversare un tunnel dismesso delle ferrovie, dove prima ci passava un treno. Avete presente quelle scene da film adolescenziali, quando da un minuto all’altro ti aspetti che sbuchi il mostro? Ecco così. E sapete quanto costa passare attraverso un tunnel che ti caghi addosso per 15 minuti? 5 euri. Qualcuno ci ha detto che il tunnel ha un costo perché è privato. Privato?!?!? E chi cazzo l’ha comprato un tunnel delle ferovie? E da chi? Hanno letto l’annuncio sul giornale “vendesi tunnel causa trasferimento, di circa un chilometro, non arredato, comodo e spazioso, fresco d’estate, ideale per gente di passaggio”. Fatto sta che arriviamo davanti all’ingresso di questo tunnel che, senza ragione alcuna, avevamo supposto di pochi metri, e ci si para davanti una cancellata rovinatissima, nella migliore tradizione horror americana, con un campanello. Suono, “chi è?”, sto gran cazzo mi viene l’istinto di rispondere, chi vuoi che sia idiota, tua madre che ti viene a trovare? “ehmmmm… vorremmo andare in spiaggia” “sì, chiedete al mio collega che sta arrivando in scooter”. Il suo collega ci apre e con accento napoletano, comincio a capire qualcosa sulla vendita del tunnel, mi chiede se io non fossi delle sue parti. Gli dico che sono della east coast, ma comunque suo conterroneo. Ah! Un particolare che non mi è sfuggito, il napoletano ha un occhio di vetro… e il film horror continua. Insomma, in poche parole c’incamminiamo mano nella mano con Sara. Il buio è rotto dalle lampade fioche, posizionate alla stessa distanza l’una dall’altra, in un ritmo buio/luce che somiglia a quello dei nostri cuori. L’umidità che conosciamo, qui dentro, è un concetto superato, il freddo è destabilizzante, visti i 35 gradi che c’erano nel mondo reale lì fuori. Il napoletano all’ingresso ci ha detto di coprirci che quando passa il treno fa ancora più freddo. Sara sbarra gli occhi, come il treno? Quale treno? Poi vede che le rotaie per terra sono solo un lontano ricordo per il tunnel e si rilassa, si fa per dire. Arrivati a un certo punto, meno di metà strada, ma ancora non lo sappiamo, il tunnel si allarga su un altro tunnel laterale, diviso da una parete e capiamo che il treno ci potrebbe passare di lato a non più di 4 metri. Per fortuna questa emozione ci viene risparmiata.
Dopo circa dieci minuti di cammino molto parlato, stare in silenzio è impossibile, vediamo due fari venirci incontro. Ecco siamo morti, passa il fantasma del treno e vivremo per sempre tra i suoi vagoni pieni di zombi/controllori che ci faranno multe per l’eternità perché non abbiamo biglietto. I due fari appartengono invece a una navetta che, come caronte, porta i dannati da una parte all’altra del tunnel. A saperlo prima…
Dopo un quarto d’ora di sudori freddi, molto freddi, vediamo la luce, no, non è dio, lui è alle seychelles, è l’uscita!
Rimaniamo tutto il giorno, e vorrei anche vedere, sulla spiaggia piena di bigoli al vento (bigolo è il nome tecnico del pene, in alcune zone della lombardia, n.d.r.). Quando decidiamo che ne abbiamo abbastanza di sole, mare e bigoli, torniamo ad affrontare il tunnel. Bisogna pur tornare. Considerato il costo suppletivo della navetta, altri 5 euri, decidiamo che ci facciamo un altro giro a piedi nel tunnel dell’orrore, in fondo quando c’erano le giostre in paese lo facevo sempre.
Nelle giostre però non mi è mai passato un treno a più di 100 all’ora di fianco e al buio.
P.s. Se qualcuno fosse interessato alle avventure horror, la spiaggia si chiama Gùvano.
- Ciao Joao, mangiamo qualcosa insieme?
- Certamentao.
E così Joao e Gilberto, brasiliani doc, si recarono in un tipico ristorante brasiliano, quelli dove si mangia fino a diventare palle di carne e si pasteggia con il caipiroska au limao. Mangia mangia, bevi bevi, i due si alzarono ubriachi come scimmie e barcolla barcolla, un passo avanti, uno indietro, due di lato a destra, due di lato a sinistra, inventarono il samba!
Dev’essere andata così, non c’è altra spiegazione. Dopo la serata al ristorante brasiliano dell’altra sera, mi sono convinto che il samba è stata un’invenzione post-cena. Sulla tavola interi vassoi di carne e pesce, che non ho toccato in quanto vegetariano, qualche verdura, tipo le banane fritte! e caraffe di caipiroska a garganelle. Dopo una banana fritta, che ti sembra non male, la seconda già comincia ad avere il sapore del vomito che arriverà sicuramente se mangi la terza. E così, non mangiando un cazzo, va a finire che bevi.
In breve, dopo due giorni, sono ancora ubriaco. Questo week end, se siete nei pressi delle 5 terre e vedete un ragazzo in slip neri che balla samba sulla spiaggia, scoprirete chi è il sig. Rossi (che non è il mi cognome vero, Ritam).
Il sole intiepidisce ancora la pelle. Sara è seduta di fianco che dorme. Ogni tanto mi giro a guardarla e mi sento felice, sento di proteggerla. La strada è ancora lunga, siamo a Parma, più o meno. Il traffico è sostenuto ma non ci sono code per fortuna. La tromba jazz di Nunzio Rotondo riempie di eternità la nostra golf del ’91. Già, perché è proprio questa la sensazione che mi dà il jazz, di esistere da sempre e per sempre. Le macchine passano veloci a sinistra, i tir sono un pitone rumoroso a destra e io penso di essere fortunato ad avere una donna da proteggere e sono anche fortunato ad amare il jazz. Sì, fortunato, perché il jazz è una religione, ci credi o non ci credi. A me piacerebbe molto credere in dio, ma non ce l’ho dentro. Al jazz sì, ci credo. Credo che quando sei un po’ giù, ascolti un po’ di Chet o di Miles e ti senti un po’ meglio. Non è che passa, però. L’asfalto continua a scorrere sotto le ruote, Milano si avvicina e il mondo gira, semplicemente Rotondo.
Cronaca Vera sul tavolino, qualche fumetto porno sotto. Profumo dolciastro di dopobarba, quello con la pompetta rossa. Ragazzini che vogliono il taglio all’ultima moda, vecchi che si fanno tagliare i peli dentro le orecchie. Avevo nostalgia dell’atmosfera da barbiere ieri ed ero anche stufo di spendere 20 euri per farmi tagliare i capelli dal parrucchiere all’ultimo grido. Un amico brasiliano mi dice che lui va da un barbiere vicino alle colonne di san lorenzo (zona “cool” di milano n.d.b.). Gli do ascolto e vado lì. Allhor, cosa faccihàm’? Mi chiede con l’accento aspirato di un calabrese che vive da 30 anni a milano. Io sorrido e faccio la battutona, tagliamo i capelli? E certh, questh l’avhev caphit’, mi risponde con un sorriso a scacchi, per via dei vari denti mancanti all’appello, nella sua bocca affilata. Di fianco a me due ragazzi rumeni, prima uno e poi l’altro, si fanno fare tagli moderni da un ragazzo tatuato e piercingato che lavora lì, probabilmente il figlio. Alla fine pagano a un terzo signore più anziano di tutti, forse il nonno, e lasciano la mancia di ben 5 euri! Mortacci loro, penso. Ché devo lasciare la mancia pure io, così poi spendo come dai parrucchieri fighi?
Quando sono entrato non ho notato la poltrona dove si lavano i capelli… quando vedo il primo dei due rumeni praticamente in ginocchio sulla sua poltrona, a testa china sopra al lavandino davanti a lui, la situazione mi si chiarisce. Il calabrese sdentato mi lava i capelli due volte, mi sento un capretto che sta per essere sacrificato, il sangue mi sale tutto in testa, mi sembra di essermi fumato due canne. Quando torno su non capisco più dove mi trovo, mi sembra di essere un trafficante di coca in colombia, ma poi sento il calabrese sdentato e mi convinco di essere a crotone e che faccio il muratore. Dopo qualche minuto ritorno in me e mi ricordo che sono un copy a milano. Preferivo una qualsiasi delle due identità di prima. Lo sdentato ha finito la sua opera che mi mostra orgoglioso utilizzando uno specchietto dietro la mia nuca per farmi notare anche i particolari più piccoli. Io dico che va benissimo, tanto per quello che pagherò, penso.
Quant’è? Chiedo al vecchio. 24 heuro (è calabrese pure lui). La cifra mi fa girare la testa più del lavaggio sacrificale di qualche minuto prima, come 24 euri?! È ovvio che a questo punto la mancia non è più un problema, anzi vorrei aspettare che chiuda per spaccargli tutte le vetrine.
Morale: non dare mai ascolto a un brasiliano ricco.
Sono stato assente dal blog per paura. Paura di non essere capace a essere interessante. Ti metti a scrivere e ti chiedi “ma a chi cazzo vuoi che interessino le tue stronzate?”. E non è tanto del blog che mi preoccupo, ma del fatto che questa paura ce l’ho per la vita, sì, ho paura di vivere.
Così, ti svegli una mattina e ce l’hai addosso, ti fai la doccia ma rimane lì, la paura. Paura di non essere adeguato, di aver sbagliato strada e di non poter tornare indietro per prendere quella giusta. Ah, se solo avessi fatto così anziché colà, porca puttana se solo quella volta fossi stato più deciso, più stronzo, più convinto…
Lo so che è un blocco mentale, la paura del foglio bianco dello scrittore, che ho nonostante io non sia uno scrittore, anche se essere scrittore cosa vorrà mai dire? Forse melissa p. è una scrittrice? Chè basta mettere in una pagina 4 stronzate da dare in pasto ad adolescenti arrapati per esserlo? Ma vabbè, lasciamo perdere.
Paura di continuare a fare quello che sto facendo ma ancora più paura di lasciare tutto e ricominciare. E allora capita, come stamattina che scarichi Ogni volta di Vasco, che è sempre stato lontano anni luce dalla tua vita, e piangi. Piangi Ogni volta che l’ascolti, Ogni volta che ci pensi, Ogni volta che la ignori, Ogni volta che ti guardi allo specchio e ci vedi il futuro di un altro e ti volti e l’altro sei tu, Ogni volta che respiri l’aria e non la riconosci come la tua, Ogni volta che non sono coerente, Ogni volta che non è importante.
Non so che fine farà questo blog, ammesso che a qualcuno, oltre che al sottoscritto, interessi, e non so che fine farò io, ma so che non voglio più avere paura.