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martedì, 29 novembre 2005
Snow(b).

Se girando per Milano vi capita di intravedere in mezzo ai fiocchi bianchi, una macchia arancione in sella a una bicicletta, sono io. L’altro giorno Anna, la portinaia, me l’ha tirata.
Come ogni mattina uscivo in bici per andare al lavoro e mi ha detto “ma se nevica come fai?”, io le ho risposto che avrei messo le catene. “Ah ah ah , bella questa!”. È una ragazza semplice, ride con poco. Ecco il punto, forse ride solo con poco, cioè se le facessi vedere Il dittatore dello Stato libero di Bananas, probabilmente non riderebbe affatto. Ecco l’altro punto, sono snob. Cioè, vengo da una famiglia assolutamente non borghese, non aristocratica e tutto il resto, però penso di essere snob. Un esempio? Una mia amica prima di dire che Il codice Leonardo fa cacare l’ha voluto leggere e poi ha concluso che sì, fa cacare. Bè, io salto il passaggio della lettura, deducendo dalle persone che vedo in giro in metropolitana, o dai miei colleghi che lo hanno letto e che si danno arie da intellettuali che io quel libro non devo leggerlo. Lo so lo so, come fai a dire che una cosa non ti piace se non la provi? Che vi devo dire? Io Dacia Maraini non l’ho mai letta. E nemmeno Susanna Tamaro. Un film di Vanzina non andrò mai a vederlo, però mi sento autorizzato a dire che sicuramente non mi piacerebbe niente delle cose sopracitate. Ci sta che tra le cose che ritengo troppo di massa io mi possa perdere qualche chicca, qualche opera che merita, ma volete mettere il tempo risparmiato a non leggere Dan Brown dedicandolo a Dave Eggers non so, oppure ai Racconti indediti di Mark Twain, oppure di andare a vedere Cremaster Cycle di Matthew Barney (9 ore di proiezioni entusiasmanti. Per un trailer dei film: cremaster.net)?
Forse però alla fine mi autoassolvo dall’accusa autofattami di essere snob. In fondo chi sono io per darmi dello sbnob? Anzi quasi quasi mi mando pure a fare in culo! Tsè, snob a me! Pensa per te pensa. In fondo non è per sentirmi superiore a nessuno che non seguo ciò che il mass market vorrebbe farmi comprare, tranne in rare eccezioni, è semplicemente risparmio di tempo. Su una giornata di 24 ore, per 7 ore dormo, per 9 lavoro, di tempo ne rimane troppo poco per leggere Brown e dire che fa cacare. Lo dico subito: fa cacare.

Un passante*: cos’è quella cosa arancione con le ruote? Un carretto di arance? Una zucca a pedali?
Secondo passante**: no! è il sig. Rossi.

*per passante l’autore probabilmente non voleva intendere quello dei pantaloni, ma un uomo qualunque in strada.

Postato da: dicosaparliamo a 10:34 | link | commenti (24)

martedì, 22 novembre 2005
Questo blog non è un albergo.

Sig. Splinder: sig. Rossi, come mai lei non scrive più niente dal 2 novembre?

Sig. Rossi: ha ragione sig. Splinder, mi scusi, ma sa, è che sono stato molto impegnato, il lavoro…

SS: cazzate! Non ci sono scuse, tutti hanno da fare, cosa crede? Lei ha un contratto che prevede che racconti i cazzi suoi sul mio spazio. MIO, sig. Rossi, si ricordi.

SR: bè, non ho mica fatto male a nessuno.

SS: non è il punto sig. Rossi, lei non vuol capire. Io le ho dato gratis il MIO spazio perché lei ci mettesse i cazzi suoi, giusto?

SR: giusto. Ma lei non sente puzza di zolfo?

SS: no. Ebbene, dicevo, lei pensa che io le abbia dato il MIO spazio per la sua bella faccia?

SR: bè…non so. Ma è sicuro che non sente puzza di zolfo?

SS: avrà scorreggiato. Insomma, vuole rispondere? Perché pensa che le abbia dato il MIO spazio gratis?

SR: perché internet è un mezzo democratico ed è giusto che si dia la possibilità a quelli che non possono…

SS: ah ah ah ah ah ah ah ah! Bella questa, ma cosa fa un corso di teatro?

SR: Sì, ieri sera c’è stata la mia seconda lezione. Ah, è bellissimo dovrebbe provare anche…

SS: la smetta! La mia era una battuta. Dio come sono stupidi gli uomini. D’altra parte avete tirato fuori la filosofia per giustificare la vostra stupida esistenza. Sig. Rossi, in cambio del MIO spazio lei mi deve il suo cervello!

SR: ma ha acceso un cerino? Io continuo a sentire puzza di zolfo…

Postato da: dicosaparliamo a 10:24 | link | commenti (21)

mercoledì, 02 novembre 2005
Lo chateau, il castello e l'ingiustizia sociale.

E così capita che invece di mangiare tagliatelle ai porcini fatte dalla mamma di Sara, innaffiate da un buon sangiovese fatto dai contadini e poi farsi una passeggiata col cane sulle spiagge romagnole orfane di ombrelloni e tedeschi, ci si ritrova ospite in un castello nel cuore della Francia a mangiare omelettes fatte dal capo di Sara, inaffiate da un ottimo Chateau Margaux del 2001 fatto per i ricchi. Il cambio di programma c’è stato venerdì sera, quand’ero pronto a farmi i consueti 300 chilometri verso sud e invece me ne sono fatti 1.055 tutti a nord. 11 ore e mezzo di auto insieme a Sara, il suo capo e un amico, direzione il castello del capo acquistato l’anno scorso.



Io ho vissuto 19 anni in case d’affitto, finchè i miei non hanno deciso che potevano permettersi il mutuo per comprare un appartamento in condominio. Non voglio dire di essere povero, sarebbe un’offesa verso chi lo è davvero, ma diciamo che vengo dalla classe media tendente al medio basso, ecco. Uno stipendio solo e 4 elementi in famiglia.



Il week end mi è piaciuto, eccome. A parte l’aver scoperto lo Chateau Margaux, sono stati dei giorni di relax totale, lontani dai clacson isterici suonati dalle mani tese dei milanesi. I polmoni ancora oggi mi ringraziano per tutta l’aria pulita che ho dato loro. Ho accarezzato Bianca, Baguerà, Savane e Nemo, le 4 capre di Ferruccio, il capo. Ho toccato una ranocchia che saltellava sul piazzale. Ho fatto l’amore su un letto vecchio di qualche secolo. Ho mangiato il pan brioche a colazione guardando dalla finestra il verde infinito della campagna francese. Ho mangiato in un ristorante di lusso. Ho rivisto Harry a pezzi con i piedi poggiati su un pavimento di pietra del ‘500. Ho finito di leggere Educazione di una canaglia seduto su una poltrona del secolo scorso alla luce di una lampada antica poggiata su un caminetto di marmo nero. Ho girato per le via bagnate di Nantes. Ho fatto un bagno meravigliosamente schiumoso in una vasca con i piedi di leone. Ho scoperto che nella zuppa di cipolle il limone non ci sta affatto male, soprattutto se l’accompagni con lo champagne. Insomma, ho vissuto tre giorni la vita di un altro, come un attore su un palcoscenico (a proposito, lunedì inizia il mio corso di recitazione). Ieri ero di nuovo fuori scena, cioè nella mia vita reale, a casa mia, sul mio divano comprato da Muji e bevevo la San Benedetto, non l’Evian. Dal Tg3 apprendevo la notizia delle rivolte dei poveri nelle banlieu parigine, scoppiate a 450 km da dove ero, nelle stesse ore in cui me ne andavo gàrrulo con gli stivali di gomma ai piedi per i boschi di Ferruccio.



Bè, non che l’abbia scoperto in questo week end da castellano, ma su questo mondo di merda (a proposito, lo sapete che il T9 del mio cellulare non riconosce la parola merda e invece la parola berlusconi sì?) non esiste neanche lontanamente il concetto di giustizia. Perché altrimenti lo Chateau Margaux dovrebbero poterlo bere tutti.



Postato da: dicosaparliamo a 12:00 | link | commenti (22)

 

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