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venerdì, 23 dicembre 2005
è natale

L'anno scorso avevo postato un raccontino. quest'anno posto un esercizio che ci avevano chiesto di fare all'università giocattolo che ho frequentato. si trattava di scrivere una lettera a babbo natale dal punto di vista di un bambino di 12 anni e così è venuuta fuori questa cosa....



Lettera di un bambino di 12 anni a Babbo Natale.


Dovia di Predappio, 15 dicembre 1895

Egregio Babbo Natale,
esigo assolutamente che Lei mi faccia avere per il prossimo 25 dicembre le seguenti cose:

- un paio di stivali da cavallerizzo;
- un paio di pantaloni da cavallerizzo;
- una camicia nera;
- un manganello, mi raccomando di quelli buoni;
- una confezione di olio di ricino.

Per il momento non posso darLe spiegazioni, ma se le cose vanno come dovrebbero saprò
ripagarLa a dovere, così non dovrà più andarsene in giro al freddo con le renne.

Grazie, Benito

P.s. Cambi il colore del vestito, non mi piace.

Postato da: dicosaparliamo a 11:07 | link | commenti (13)

lunedì, 19 dicembre 2005
Not the shoes baby, not the soes.

Che meraviglia rivedere Tom Waits in Down by law seduto sul letto, con i ricci spettinati, impassibile mentre la sua fidanzata gli butta tutto giù dal balcone, lo copre di insulti finchè non gli tira giù le sue scarpe con la punta di metallo. A quel punto lui capisce che è finita, allora se ne va di sotto a recuperare le scarpe, solo quelle. Il limite, le scarpe con la punta di metallo sono il limite di Zack-Tom, il punto oltre il quale non può più sopportare. E il nostro limite quale sarà? Quanto potremo ancora sopportare una società che ci sta buttando tutto dalla finestra? Dove sono le nostre scarpe con la punta di metallo? Ognuno certamente avrà il suo di limite, qualcuno magari non ce l’ha neppure, perché sopporta tutto o perché non ha niente da sopportare. Qualche sera fa in tv, ogni tanto anche in quella scatola-scatologica appaiono cose belle, ho sentito un’intervista ad Adriana Zarri, una ultraottantenne teologa che si guarda ancora le unghie delle mani con fare vezzoso, ha definito la nostra società, non la sua perché a quanto pare vive in volontario esilio nella sua cascina emiliana, una società di disperazione oppure una società talmente superficiale che è incapace perfino di disperarsi. Cos’è che ci fa sopportare certe cose? Il fatto che non capitino a noi direttamente? Siamo così insulsi? Perché sopportiamo ancora che un uomo pieno di sé, pieno d’interessi economici di ogni genere, debba governarci? E ancora, perché sopportiamo tanta volgarità in tv, per le strade, nelle macchine? Perché ieri quando il commesso del negozio ha detto che lui odia i libri non gli ho tirato una testata nei denti? Perché milioni di uomini guardano ancora quella commedia del nulla che è diventato il calcio? In un braccio alzato per salutare poche centinaia di esemplari di Homo Ultras, non c’è forse tutta la disperazione che stiamo vivendo? O forse la superficialità. A me sembra che le scarpe con la punta me le hanno buttate giù già da un po’ di tempo. Allora come faccio a riprendermele? Dove vado? Vorrei scendere giù e sedermi sul marciapiede di fianco a Tom Waits e lucidare la punta di metallo delle nostre scarpe.

Postato da: dicosaparliamo a 16:51 | link | commenti (4)

giovedì, 15 dicembre 2005

Ho appena scoperto di essere stupido. E dico la verità, anche con un certo orgoglio.

Postato da: dicosaparliamo a 08:54 | link | commenti (9)

lunedì, 12 dicembre 2005
Dice che il burro non fa bene, ma il Burri?

Mi è piaciuto un po’ tutto di questi tre giorni passati alle terme. Le pietre calde che scivolano sulla pelle unta con l’olio di arance dolci, il massaggio thai che dopo ti fa sentire leggero come un palloncino, la piscina d’acqua calda, il bagno turco, la sauna, il massaggio new age al viso, i profumi dei prodotti di bellezza per tutto l’hotel, incontrarsi in ascensore con due estranei in accapatoio, l’architettura romana delle terme, i funghi porcini nelle tagliatelle, perfino giocare a carte la sera, il massimo del vizio raggiunto. Ma due cose credo che non le dimenticherò mai. Patricia, l’insegnante di yoga, una donna francese piccola piccola, una di quelle persone considerate un po’ matte, solo perché fuori registro, una che se le auguri buon natale ti risponde che lei preferisce dire buon anno perché nel natale non riesce a vedere altro che il consumo, che vede in questa società un modello sbagliato, dove i bisogni che abbiamo sono quelli che ci impongono e non quelli che sentiamo (come detto d’altra parte da Baudrillard in qualche suo saggio), una persona non superficiale, che pare una banalità, ma io quando ne incontro una ho voglia di stappare una bottiglia.
E l’altra cosa sono le lacrime di Sara. Due minuscole e timide goccioline di acqua salata, cadute da occhi ancora capaci di accogliere l’emozione di un’opera d’arte, Il Grande Ferro* (1980) di Alberto Burri.


*mica si fanno solo le terme a Città di Castello, ci sono anche i due musei che accolgono la stragrande maggioranza delle opere di Burri, appunto. E poi molto altro ancora, compreso un Raffaello, un Rosso Fiorentino, un Pinturicchio, un Guttuso, un De Pisis…

Postato da: dicosaparliamo a 16:04 | link | commenti (10)

martedì, 06 dicembre 2005
Crollano speranze.

Lo confesso. Dopo il crollo delle torri gemelle tra i miei pensieri c’è stato anche quello che non avrei mai visto quei due giganti di acciaio e vetro. Così come probabilmente non vedrò mai un coffe shop di Amsterdam, visto che, a quanto dice repubblica.it, per uniformarsi alle direttive europee, lo Stato simbolo della libertà e del progresso civile dovrà abbassare le serrande e mandare in fumo anni di lotta solitaria contro la mafia dei narcotraffici. Chissà, magari potremmo esportare qualche boss dei nostri, organizzare seminari di spaccio, master in corruzione, così il pil ne gioverebbe alquanto. Ragazzi, ma cosa sta succedendo? Non è che dovrò nascondermi nello scantinato di qualche amico cattolico per non essere giustiziato per ateismo? Perché sento intorno un alito fetido e puzzolente di quel mostro reazionario e conservatore del bigottismo, della religione come castrazione del corpo anziché di elevazione dello spirito? Cosa risponderò ai miei nipoti, se ne avrò, quando mi chiederanno “ma nonno, veramente quando eri giovane due persone dello stesso sesso che si amavano non si potevano sposare?”. E quando sui libri di storia leggeranno che berlusconi è stato un perseguitato politico da parte dei giudici, come glielo spiegherò che non tutto quello che studiano è vero? Avrò ancora voglia di raccontarmi favole? Perché credo che quando i nonni raccontano un favola, in fondo prima di tutto la raccontano a se stessi per continuare a sognare, per pensare che anche quando non ci saranno più avranno lasciato un pensiero sul mondo. Adesso forse sono uscito dal seminario, scusate dal seminato ( si parlava di religione…), ma insomma voglio scirvere qui una frase detta da Enzo Biagi: la cosa migliore che possiamo fare per i nostri figli è riempirli di ricordi.

Ho voglia di urlare.

Postato da: dicosaparliamo a 16:04 | link | commenti (8)

 

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