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L’umore, al contrario del mercurio nel termometro, continua a scendere. Da ieri sono nella nuova sede. Gli uffici, ancora freschi di vernice, si trovano in una zona di Milano che non esiterei a definire deprimente. Stamattina ho scoperto finalmente il motivo per cui parto alle 8 e 45 e arrivo alle 8 e 45. No, l’orologio del mio cellulare va benissimo, è che tra casa mia e questo posto dimenticato da qualunque dio, c’è un fuso orario. Di fatti, quando arrivo devo smaltire, oltre a diversi lavori del cazzo, anche il jet lag. Il viaggio per arrivare dura 45 minuti (più o meno come andare da rimini a Bologna) e, fermata dopo fermata, si fa sempre più avventuroso. La strada degli uffici è luogo di uno strano fenomeno atmosferico: c’è il sole perenne a picco, sembra di essere in Islanda nei mesi di luce. A onor del vero non ho ancora provato a venirci di notte. I 36° gradi avvertiti dal resto della città, qui, in questa cazzo di via, diventano almeno 92° percepiti. Muoversi per la pausa pranzo è diventato un supplizio, un semplice dovere fisiologico: se non mangi, muori. La sede è completamente nera, sembra di entrare nella propria tomba. Da un giorno all’altro mi aspetto di vedere l’epitaffio “Qui giace il sig. Rossi, voleva andare via da Milano. Fu accontentato”. Le persone che non hanno toccato con mano la situazione, continuano a dirmi di cercare i punti positivi della faccenda. Ragazzi, non ce ne sono, ma se li trovo ve lo faccio sapere. In tutto questo lamentarsi, a ragion veduta, la nota positiva, che non c’entra comunque col lavoro, è che ieri sera alla cena con i miei compagni di teatro e la prof, quest’ultima mi ha detto che ho talento e che dovrei continuare. Hollywood, arrivo!
